Il capolavoro rinascimentale che un tempo adornava Pianella
Il tesoro artistico più importante di Pianella purtroppo non si trova più in paese: dal 1950 è stato spostato presso il Museo Nazionale dell’Aquila insieme alle opere d’arte più preziose del territorio regionale. Infatti allora si decise di concentrare il patrimonio artistico distribuito nelle chiese d’Abruzzo in un unico luogo affinché fossero meglio protette e custodite, anche se questo ha per contro prodotto la loro decontestualizzazione.
Si tratta di un raffinatissimo polittico realizzato dopo il 1487, anno nel quale il re Ferrante I d’Aragona donò il feudo pianellese al conte Orso Orsini, esponente di una delle più importanti famiglie romane. L’arrivo del conte mise in stretto contatto Pianella con Roma, facendo sì che vi giungessero quelle sollecitazioni rinascimentali che nella città dei papi stavano rapidamente facendo abbandonare gli stili precedenti. Così nobiltà e clero locali subito si adoperarono per far giungere anche nella ricca cittadina abruzzese lavori realizzati seguendo queste nuove suggestioni artistiche. Di quest’opera oggi in paese possiamo vedere soltanto una riproduzione a grandezza naturale, posta al primo piano del Comune proprio al termine della scalinata.
Il polittico giunse in paese grazie a questo fermento, per arricchire la chiesa abbaziale di Santa Maria Maggiore. Esso è diviso in cinque scomparti nei quali, all’interno di archi polilobati, si trovano da destra a sinistra San Bonaventura, dalla lunga barba bianca e avvolto in un manto rosato gonfio di panneggi, con la mitra ricca di pietre preziose e oro; l’Arcangelo Gabriele dalla complessa veste rossa, che guarda il Bambino con il giglio in mano; la Vergine con Bambino, rappresentata seduta su uno scranno ligneo dallo schienale azzurro, con i lunghi capelli dorati annodati dietro la nuca con un velo d’oro; l’Arcangelo Michele, che stringe la lancia con naturalezza e molto tranquillamente trafigge un piccolo demone nero, che qui non ha il consueto aspetto di dragone ma di essere umano con le zampe caprine; un bellissimo San Sebastiano dal torso possente e le sembianze apollinee. Nonostante tra le tavole vi sia una scansione netta, la separazione tra esse viene superata da un’unica linea dell’orizzonte che definisce nella parte inferiore uno spazio di colore verde, sul quale le figure poggiano i piedi, come fosse un prato sovrastato da un cielo dipinto in oro, come ancora si usava nel primo Rinascimento.
Nella parte alta ci sono cinque cuspidi ornate da foglie al cui interno sono dipinti altrettanti angeli: le figure ai lati suonano antichi strumenti musicali, quella al centro tiene tra le mani una corona proprio all’altezza della Madonna nella sezione sottostante. Nella predella in basso c’è il Cristo Redentore al centro con quattro apostoli e due angeli recanti ceste di frutta per ciascun lato, come a voler simboleggiare una grande abbondanza.
Per quanto riguarda la carpenteria, la cornice presenta una matrice gotica di cultura veneto-marchigiana e si ritiene uscita dalla stessa bottega di falegnami che ha prodotto le strutture di altri polittici diffusi tra l’aquilano e l’area picena.
L’opera è di complessa attribuzione e i pareri sono discordi. Certo è che si tratta di un artista della scuola umbro-marchigiana che ha avuto modo di osservare da vicino il lavoro di Pietro Vannucci il Perugino, definito divin pittore (1446/1523), perché dal punto di vista figurativo il polittico presenta strettissime somiglianze con la sua opera.
La figura del Bambino a esempio è modellata esattamente su quelle che il Perugino dipinse sulle tavole del 1493 oggi agli Uffizi e del 1494 nella chiesa cremonese di Sant’Agostino, mentre la testa della Vergine ricorda moltissimo quella del tondo peruginesco del 1480/83 conservato al Louvre.
