Un paese a forma di cuore
Piazza dei Vestini
La nostra passeggiata nel centro storico di Pianella inizia in piazza dei Vestini, un’ampia terrazza posta appena fuori le mura dalla quale si ammira un bellissimo panorama verso settentrione, con il Monte Camicia e le cime del Gran Sasso pescarese in lontananza e, più vicine, le colline circostanti e i profili dei paesi nei dintorni.
In primissimo piano possiamo osservare le chiese poste immediatamente fuori dal nucleo più antico del paese: subito sotto a ridosso della piazza c’è la Madonna del Carmine con il grande convento ormai abbandonato, mentre sul crinale collinare immediatamente di fronte c’è Santa Maria Maggiore.
Se diamo le spalle al panorama vediamo Porta Santa Maria, da sempre ingresso principale al centro storico e oggi unico arco d’accesso ancora integro, dall’alto del quale, posto in una nicchia, il busto bronzeo di Silvestro I Papa, uno dei santi patroni, custodisce la comunità a lui affidata.
Porta Santa Maria
Dalla piazza dei Vestini ci si rende bene conto della struttura del paese: Porta Santa Maria rappresenta l’accesso al nucleo altomedievale, un tempo interamente circondato da mura, mentre alla nostra sinistra c’è viale Regina Margherita, la strada sulla quale Pianella prese a svilupparsi a partire dall’Ottocento, una volta venute meno le esigenze di sicurezza che per secoli avevano spinto gli abitanti a fortificare e occupare soltanto il margine occidentale di quell’altura, che garantiva protezione poiché isolata dai colli circostanti.
All’inizio del XIX secolo anche la cinta muraria, ormai diventata inutile, cambiò aspetto e per la maggior parte della sua estensione fu usata come sostegno per piccole abitazioni che furono letteralmente poggiate sulle antiche cortine sfruttando la loro solidità, così come tutte porte, a eccezione di quella che ci troviamo davanti, furono abbattute per rendere più semplice l’accesso al borgo.
Superiamo Porta Santa Maria e voltiamoci a guardarne la parte posteriore, dove si trova un’immagine della Madonna composta da sei mattonelle di ceramica maiolicata risalente all’inizio degli anni ’80 del Novecento, quando si conclusero i lavori di ristrutturazione dell’antico ingresso.
Piazza della Vittoria
Percorsi pochi metri incontriamo a sinistra un piccolo slargo, piazza della Vittoria, che prese questo nome dopo che il 16 luglio 1922 fu inaugurato il monumento ai caduti nella I Guerra Mondiale, un tempo posto sulla facciata del palazzo a sinistra, all’epoca sede del municipio.
Negli anni ‘60, con lo spostamento della sede comunale in piazza Garibaldi, anche il monumento ai caduti fu traslato. Proprio nel 1922 fu rivista tutta la toponomastica del centro storico, che quindi risente molto del costume di allora che tendeva a glorificare in maniera quasi parossistica luoghi e personaggi in qualche modo connessi con la Grande Guerra, tanto che solo poche stradine sono sfuggite a questa ridenominazione.
La dimora sulla quale ancor oggi c’è la scritta Municipio sormontata dallo stemma di Pianella è il risultato dell’accorpamento di più edifici almeno cinquecenteschi e il suo elaborato portale, sul quale sono presenti decorazioni tardo rinascimentali già ammiccanti al barocco, è del 1625. Si tratta di Palazzo De Caro, importante famiglia baronale al servizio del viceré spagnolo di Napoli, della quale un ramo fu stabilmente residente a Pianella dalla fine del Cinquecento. Due figure maschili poste immediatamente sopra l’arco d’ingresso sono raffigurate mentre srotolano una pergamena sulla quale un’iscrizione celebra la storia della famiglia e attesta il possesso della magione.
Particolarmente interessanti sono i plinti del portale, sui quali sono scolpite in maniera abbastanza primitiva due creature lanute: se quella di sinistra parrebbe essere una pecora la figura a destra è invece molto strana, con il corpo ovino e un volto umano con barba caprina. Nonostante queste figure siano integrate nella struttura seicentesca il loro stile è molto più arcaico, certamente medievale.
Chiesa di Sant’Antonio Abate
Immediatamente oltre piazza della Vittoria c’è l’ingresso a Sant’Antonio Abate, la parrocchiale del paese. La chiesa, che da alcuni dettagli architettonici e da un’epigrafe in caratteri gotici (che nomina un abate del 1484 chiamato ADAM DE CAMPLO) sul lato destro si evince risalire almeno al XV secolo, oggi presenta all’interno una fisionomia riconducibile al barocco napoletano, assunta a seguito del suo rifacimento del 1718, cui seguirono ulteriori importanti lavori nel 1896.
All’esterno la semplice facciata a timpano, che conserva probabilmente un’impostazione rinascimentale, è appena movimentata da due paraste laterali e dalle cornici aggettanti poste subito sopra e subito sotto il finestrone. Superato il portale d’ingresso, con la controfacciata dominata da un grande organo, l’interno è a navata unica con volta a botte e una cupola sopra la parte absidale. Le decorazioni con teste d’angelo, putti, festoni e stemmi gentilizi sono molto sobrie e non tolgono leggerezza e pulizia all’architettura complessiva della chiesa. In maniera simmetrica ci sono tre cappelle su ciascun lato e, tra la seconda e la terza cappella, delle profonde nicchie sormontate da balconcini.
Proprio nella nicchia di destra è stata posta la splendida statua rinascimentale in terracotta policroma, datata 1531, raffigurante la Madonna con il bambino, in origine facente parte del corredo sacro della chiesa oggi non più esistente di Santa Maria ad Nives.
La cappella più ricca e importante è quella che segue la nicchia con la statua della vergine, la terza sul lato destro, dedicata a San Silvestro Papa, la cui pala sopra l’altare, opera del pittore locale Salvatore Di Rocco, raffigura la donazione di Costantino, con l’imperatore che dinanzi a Silvestro I riconosce la preminenza del potere spirituale su quello temporale.
Sul lato sinistro si apre la grande cappella laterale nella quale sono custodite le reliquie di Santa Ciriaca, patrona di Pianella insieme ai santi Silvestro e Pantaleone. I resti della giovanissima martire, giunti a Pianella nel 1834 per concessione di Papa Gregorio XVI, erano stati rinvenuti avvolti in eleganti vesti nel 1817, all’interno delle catacombe romane di Santa Priscilla. Secondo l’agiografia Giacinta era una nobile ragazza di circa tredici anni, vissuta durante le persecuzioni contro i cristiani del III secolo e martirizzata in seguito al rifiuto di abiurare la sua religione.
Le reliquie della giovane santa sono conservate all’interno della statua in cera che ne riproduce le fattezze, posta in una teca di vetro. Accanto ai suoi piedi, così come era stata trovata nella catacomba, è stata collocata l’ampolla contenente il suo sangue.
Da vedere sono anche un busto settecentesco d’argento di scuola napoletana raffigurante ancora papa Silvestro e le tele settecentesche della Madonna del Carmine, queste ultime custodite nella sacrestia dopo che la chiesa di provenienza fu dichiarata inagibile.
Da via Monte Grappa a via Fiume
Usciti vediamo dall’altra parte della strada via Monte Grappa, uno stretto passaggio che ci conduce nel cuore medievale di Pianella. Le piccole abitazioni addossate una all’altra spesso presentano intonaci contemporanei, ma laddove possiamo vedere i mattoni ci rendiamo subito conto, dalla loro dimensione e dal modo in cui sono fatti, che le strutture risalgono almeno al Cinquecento.
Arrivati alla fine della strada, dopo aver incontrato alcuni bei portali, incrociamo perpendicolarmente via Oslavia, particolarmente curata dagli abitanti con fiori e grandi vasi di lussureggiante aspidistra.
Qui, prima di prendere a sinistra e seguire la strada fino alla fine, indugiamo verso destra per esplorare il suggestivo scorcio che si trova dopo aver voltato l’angolo alla sua estremità. Queste viuzze molto strette in dialetto hanno un nome ben preciso: sono le rue, un francesismo lasciato in eredità all’Abruzzo vestino dai tempi lontani della dominazione angioina del XIII e XIV secolo. Addirittura quando i passaggi diventano ancora più angusti si usa indicarli con un diminutivo: diventano allora le ruelle (in pianellese ruolle, con la caratteristica o vestina che caratterizza la parlata di queste zone).
Ora torniamo sui nostri passi e percorriamo tutta via Oslavia fino a sbucare su piazza Piave. Questo rione era un tempo noto come lu casarene, per via delle casupole in pietra, legno, terra cruda e paglia che vi sorgevano. L’area prese poi forma e fu caratterizzata tra Ottocento e inizio Novecento con la costruzione di dimore nobiliari e borghesi, come l’enorme palazzo dei marchesi de Felici del quale sul lato sinistro e dinanzi a noi vediamo la parte posteriore con all’ultimo piano un grande finestrone ad arco, mentre sulla destra notiamo la facciata risalente al primo Novecento della casa che fu ambulatorio e abitazione del dottor Ciammaichella, con orto e giardino celati dall’austera facciata che si affacciano su un bellissimo panorama.
Alla fine di piazza Piave voltiamo a destra su via Fiume, dove sul lastricato all’inizio della strada, dinanzi a un’abitazione a destra, troviamo le pietre d’inciampo che ricordano la storia di due coniugi ebrei austriaci, Siegmund Sternfeld e Rosa Streimeier, che nel 1942 si erano rifugiati in questo lembo d’Abruzzo per sfuggire alle serrate persecuzioni antisemite in corso nella loro patria. Qui, nascondendo la loro vera religione, erano arrivati a rivestire il ruolo di interpreti per il locale comando tedesco, ma furono scoperti e traditi.
Nel momento in cui Rosa e Siegmund vennero a sapere che era pronto l’ordine per la loro deportazione ad Auschwitz preferirono darsi la morte. Era il 31 marzo 1944 quando li trovarono uno accanto all’altra sdraiati sul letto, vestiti con i loro abiti migliori, uccisi dal potente veleno che avevano ingerito.
Le Antiche Mura
Continuiamo il nostro percorso seguendo questo tratto molto suggestivo: qui passiamo tra le piccole abitazioni dei ceti più popolari, edificate sulle antiche e poderose mura che identificavano e connotavano Pianella come città fortificata, e il retro delle grandi magioni di nobili famiglie, la dimora dei marchesi Sabucchi prima e palazzo Curato-de Felici a seguire.
Giunti all’altezza di palazzo Curato-de Felici le case alla nostra sinistra terminano e lasciano finalmente scoperto un tratto delle antiche mura. Questo è certamente il luogo migliore per rendersi conto di come si presentasse Pianella nel Medioevo e nei secoli subito a seguire: una poderosa cittadella con alte cortine e torri posta in una posizione facilmente difendibile, dato che il paese sorge su una collina dai declivi estremamente ripidi.
Affacciandoci dal parapetto scopriamo un altro splendido panorama verso settentrione e la catena del Gran Sasso, scorgendo sulle colline più vicine i suggestivi ruderi della chiesa campestre di San Nicola, la cui esistenza è attestata fin dal 1300 ma che oggi presenta un’architettura seicentesca, e più a sinistra, localizzabile dagli alti cipressi che la circondano, la chiesa rurale della Madonna delle Grazie, in alcuni antichi documenti chiamata anche Santa Maria a Longo o Santa Maria Allungo, che a partire dall’inizio del XX secolo fu usata dai marchesi Sabucchi come cappella gentilizia e cimiteriale.
Per ammirare le fortificazioni dal basso prendiamo il moderno ascensore che ci porta sulla via che gira all’esterno del centro storico, intitolata al nobile pianellese Gesualdo de Felici, vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, che si adoperò moltissimo per attività filantropiche volte alla crescita culturale del suo paese e soprattutto per dare un’adeguata istruzione, culturale e professionale, ai giovani.
Certamente la parte più antica delle mura è quella all’estrema destra del tratto visibile, edificata con ciottoli di fiume: si tratta di una tipologia costruttiva usata dai normanni, il che ci porta a far risalire l’origine della cinta almeno all’XI-XII secolo.
Notiamo chiaramente la differenza tra la porzione alla base, molto irregolare, decisamente inclinata (a scarpata, come si chiama questa tipologia in gergo militare, per fare in modo che lo spessore in basso – qui di almeno due metri – sia maggiore e quindi più resistente a colpi di catapulta e ariete) e costruita senza una messa in opera ordinata, e tutta la parte a sinistra, evidentemente risalente al Cinquecento come la base aggettante della torre, realizzata in mattoni posizionati con una trama precisa e meno obliqua.
Sono evidenti anche i lavori eseguiti nel corso dei secoli alle parti più logorate, con i mattoni che sono andati a sostituire le pietre.
Piazza Diaz
Siamo sul margine estremo della collina, nel luogo in cui si ritirarono gli abitanti dei dintorni dopo il crollo dell’amministrazione romana e la Guerra Greco-Gotica (535-553).
Ancor oggi questo posto è noto come piazzetta dei polli, perché fino agli anni ’90 del Novecento c’era il mercato dei contadini, che arrivavano dalla campagna ogni venerdì per vendere i loro prodotti (polli, ma anche formaggio, uova, frutta e prodotti dell’orto): un’usanza che qui si è continuativamente ripetuta probabilmente fin dal Medioevo.
Alla nostra destra troviamo i ruderi della chiesa di San Salvatore, che sappiamo essere stata edificata nel 1030. Si tratta della prima parrocchia del paese, rifatta più volte nel corso dei secoli fino a quando le nevicate del 1956 e del 1960 prima indebolirono il soffitto e poi lo fecero crollare.
Abbandonata per mezzo secolo, il terremoto del 2009 ne abbatté anche le mura, tanto che oggi possiamo vedere solo la pavimentazione settecentesca, quello che resta dell’altare e qualche stucco del XVIII secolo.
A sinistra vediamo la facciata principale di palazzo Curato-de Felici cui si accede tramite un imponente portale sormontato da un balcone. L’edificio, che oggi si presenta con forme baroccheggianti, fu costruito nel XVI secolo prendendo il posto del più antico Palazzo della Corte Ducale, il luogo dal quale si governò e amministrò la giustizia nel contado pianellese dall’epoca longobarda al tempo di Margherita d’Austria, dei cui feudi Pianella fece parte dal 1539.
Piazza Monsignor Giuseppangelo De Fazio
Usciamo dalla piazza voltando a destra, dalla parte della chiesa di San Salvatore, e dirigiamoci verso la fine del paese percorrendo via Umberto I per poi svoltare a destra in via Colle da Piedi.
Superiamo un suggestivo e romantico passaggio coperto ad arco e continuiamo verso sinistra ancora sulle mura di cinta cittadine, per giungere presso un piccolo slargo nel cuore del paese altomedievale, con il selciato artisticamente composto da mattoni e ciottoli.
Scendiamo ora il breve tratto di strada dinanzi a noi, ancora denominato via Colle da Piedi, che ci porta fuori dalla cinta muraria su via Gesualdo de Felici. Attraversiamo la strada e giungiamo in una piazzetta che ci regala un altro panorama, questa volta affacciato sul versante meridionale del paese, con una bellissima vista sulle colline, fino a Chieti e alla Maiella.
Questo slargo, quasi sospeso sul territorio circostante, è intitolato a monsignor Giuseppangelo De Fazio, frate cappuccino nato a Pianella nel 1801, che si preoccupò di far giungere in quest’area d’Abruzzo le reliquie di due sante martiri ritrovate nelle catacombe romane, esplorate proprio nella sua epoca. Infatti fu proprio Giuseppangelo, uomo dal grande carisma, a fare in modo che papa Gregorio XVI donasse a Pianella le reliquie di Santa Ciriaca e alla vicina Catignano quelle di Sant’Irene.
Ma al di là del merito che gli va attribuito per aver fatto giungere Ciriaca in paese, monsignor De Fazio fu uno dei protagonisti della storia della Chiesa nella prima metà del XIX secolo: prima vescovo della Mauritania e poi Vicario Apostolico in Siria, fu instancabile viaggiatore e preparatissimo predicatore, inviato della Santa Sede in Europa, Africa e Asia, fino in India.
Si spense a Beirut a 38 anni dopo una vita davvero intensa e avventurosa e nonostante le sua lunghe assenze rimase per sempre nel cuore dei pianellesi, che oggi gli hanno dedicato una delle piazze più belle del paese.
Via Umberto I e le sue traverse
Torniamo ora sui nostri passi fino allo slargo con il disegno circolare sulla pavimentazione e prendiamo a destra via Umberto I notando, appena dopo aver imboccato la strada, un bel portale ottocentesco a mattoni cotti sormontato da un balconcino. Qui dobbiamo davvero prestare attenzione a ogni scorcio, perché tutto è meravigliosamente prezioso, dalle case cinque seicentesche in mattone agli stretti vicoli che terminano con panoramiche aperture sulle montagne e le colline. Proseguendo su questa strada torniamo dinanzi alla diruta chiesa di San Salvatore e alla piazzetta dei polli. Da qui possiamo vedere sulla sinistra la grande mole dei tre edifici nobiliari più importanti e maestosi di Pianella: in primo piano palazzo Curato-de Felici, a seguire quello dei marchesi Sabucchi e infine quello del ramo principale de Felici. Tutte queste magioni hanno una corte interna con attorno locali in origine adibiti a magazzini, cantine, rimesse per carrozze e stalle per cavalli, con una scalinata spesso monumentale che porta ai piani superiori, ricchi di stanze dai soffitti altissimi e dalle volte affrescate, che talvolta custodiscono ancora tesori d’arte e arredi lignei settecenteschi sapientemente intagliati.
Proprio dinanzi a San Salvatore, sulla destra appena oltre il vico delle Viole, notiamo uno spazio aperto terrazzato che si chiude in basso con i resti di una controfacciata nella quale si aprivano sette ingressi: si tratta di ciò che rimane dell’abitazione con annesso laboratorio di fuochi d’artificio del maestro d’arte pirotecnica Vincenzo Izzicupo, che il 5 settembre 1923 esplose per cause mai precisamente accertate provocando crolli anche tra le abitazioni tutt’attorno e causando 12 vittime, tra i quali lo stesso mastro Vincenzo, del quale pare siano stati recuperati solo alcuni brandelli di cute capillare. Una tragedia che è sempre rimasta nella memoria dei pianellesi e causò così tanto dolore che nessuno volle mai ricostruire in quell’area, ancora vuota a perenne memoria del fatale evento.
Il grande e articolato edificio tra il vico delle Viole e quello seguente, vico delle Dee, è un altro luogo molto caro alla memoria di tanti pianellesi che vi trascorsero parte della loro infanzia. Qui infatti, dal 1928 al 1978 e poi tra alterne vicende fino al 1994, ebbe sede l’asilo del paese, dove i bambini erano seguiti dalle suore “Figlie della Divina Provvidenza”. Esso era intitolato ad Antonio Sabucchi, figlio prematuramente scomparso dei marchesi Giacomo Sabucchi ed Erminia de’ Felici. Fu Erminia a donare il palazzo e a desiderare che diventasse un asilo affinché, portandone il nome, custodisse la memoria del figlio.
Vico delle Dee ospita anche un importante centro culturale, vero e proprio fiore all’occhiello per tutto il paese: l’accademia teatrale “Arotron”, nata nel 2014 dall’ispirazione di alcuni grandi nomi del teatro e del doppiaggio italiano, i quali scelsero questa come sede per coltivare il talento artistico di tanti giovani non solo abruzzesi, che qui apprendono le tecniche e i segreti del mestiere d’attore. Il nome dell’accademia è una parola greca che significa “aratro”, a simboleggiare l’ideale obiettivo dei giovani artisti e dei loro maestri di incidere un nuovo solco nel terreno dell’arte. Il contributo di “Arotron” alla vita culturale del paese è molto importante, con spettacoli autoprodotti e l’organizzazione di rassegne che vedono la presenza anche di ospiti di rilievo nazionale.
Appena superato vico delle Dee una particolare architettura, che evoca un preesistente edificio, ci immette nel largo dei Frantoiani. Qui infatti, almeno dal XVIII secolo, sorgeva un frantoio di proprietà dei de Felici-Curato che, abbandonato quando mutarono le dinamiche e le esigenze della produzione dell’olio, si deteriorò fino a subire danni molto gravi con il terremoto del 2009. Abbattuti i suggestivi ma pericolanti resti si procedette con una riqualificazione dello spazio urbano in chiave contemporanea, facendo però in modo che le moderne architetture ricordassero quelle del vecchio frantoio. Anche il nome scelto per questo slargo volle essere un omaggio a una professione da sempre fondamentale per la storia e l’economia del paese. Questo frantoio, come vedremo continuando il nostro itinerario, non era il solo, anzi tutto il centro storico brulicava di luoghi nei quali le olive venivano molite e trasformate nell’oro giallo, come veniva chiamato l’olio perché in grado di assicurare ricchezza e prosperità. Con l’avvento della meccanizzazione nei frantoi e con il cambiamento dei mezzi di trasporto utilizzati per portarvi le olive, non più carri ma grandi camion, questi luoghi presentarono difficoltà logistiche insormontabili, sia per quanto riguardava il loro ammodernamento sia per l’impossibilità a essere raggiunti da veicoli di grande stazza, e furono progressivamente abbandonati e sostituiti da nuovi impianti di concezione più moderna, con spazi più grandi sia interni che esterni e perciò posti in posizione più prossima agli uliveti.
Procedendo su via Umberto I, sempre sulla destra, troviamo poco oltre via Isonzo e qui, ad angolo sul lato sinistro della via, fa bella mostra di sé la magione dei baroni de Santis, il cui ultimo esponente fu il generale dei carabinieri Ernesto, nato nel 1894 e morto nel 1984, passato alla storia per essere stato l’ultimo comandante dei Corazzieri Reali. Palazzo de Santis risale al XV secolo ma, continuamente ammodernato e risistemato, presenta molti elementi decorativi del XVII e XVIII secolo. Visto da via Meridionale esso è particolarmente suggestivo, con altissimi pilastri in mattoni che sostengono un balcone la cui vista domina la valle del Pescara, le colline teatine e la Maiella; la facciata principale si apre su via Umberto I e presenta finestre e un ampio portone incorniciati da eleganti modanature settecentesche, mentre sulla sommità dell’edificio svetta un panoramico torrioncino che, insieme ai campanili delle chiese, rappresenta uno dei punti d’osservazione più alti del centro storico.
Dopo aver esplorato con attenzione il lato destro della via principale del centro storico, concentriamoci ora sui monumentali edifici posti a sinistra: dopo palazzo Curato-de Felici seguono la possente dimora dei marchesi Sabucchi e quella dei marchesi de Felici. La storia architettonica di queste dimore è simile: costruite nel Rinascimento accorpando più strutture preesistenti, furono sottoposte a importanti lavori di ammodernamento tra Seicento e Settecento, con qualche ultimo tocco dato nel XIX secolo. Il così gran numero di palazzi gentilizi presente a Pianella, spropositato rispetto alle dimensioni del paese, rimane la migliore testimonianza della fiorente economia e del benessere che l’ha attraversato durante i secoli.
Per quanto riguarda palazzo Sabucchi, famiglia di marchesi tra le più aristocratiche e potenti di questa parte d’Abruzzo, anche in questo caso l’ingresso principale si affaccia su via Umberto I, strada che con il riassetto urbanistico settecentesco assunse la funzione di asse viario principale sulla direttrice più lunga dello spazio urbano. L’edificio presenta un portale più severo rispetto agli altri grandi edifici visti fin qui, sebbene sovrastato dai mensoloni del balcone e dalla finestra con coronamento a timpano spezzato. Ma l’apparato decorativo che più sorprende chi vi passa dinanzi è la splendidamente conservata pavimentazione dell’androne che conduce alla corte interna, con forme composte alternando mattoni cotti e ciottoli di vario colore: testimonianza sia del gusto estetico di quest’aristocrazia rurale che volle arricchire con la bellezza ogni dettaglio delle loro case, sia dell’abilità delle maestranze artigiane in grado di eseguire lavori tanto complessi e artisticamente validi.
L’ultimo dei tre grandi palazzi posti in fila al centro del paese è quello del ramo principale dei de Felici, Baroni di Rosciano e Poggio Ragone e Marchesi di Casalincontrada, che costeggiamo sulla sinistra fino a giungere nello spazio centrale più importante del paese, piazza Garibaldi, sul quale si trova l’ingresso principale della magione, così grande da occupare praticamente tutto il lato dello slargo alla nostra sinistra. Palazzo de Felici ha la pianta molto complessa e irregolare perché è il risultato dell’unione di più edifici accorpati via via che la nobile famiglia acquistava case contigue e le assorbiva nella struttura principale. Particolarmente scenografica è la terrazza con loggiato sottostante che sovrasta lo spazio pubblico, dalla quale i de Felici dominavano, anche in senso letterale, la comunità pianellese. Il buon Gesualdo de Felici, il marchese filantropo, raccontava che in una camera da letto affacciata sulla piazza avesse dormito la principessa Maria Clotilde di Savoia, la figlia primogenita di Vittorio Emanuele II che per favorire l’unità d’Italia fu data in moglie a Giuseppe Carlo Bonaparte, parente dell’imperatore francese Napoleone III.
Piazza Garibaldi
Piazza Garibaldi venne realizzata nel corso del XVIII secolo, quando venne ridisegnato l’assetto urbanistico del paese e in questo punto si decise di demolire alcuni piccoli fabbricati per aprirvi un grande spazio, adatto a ospitare le adunanze dei cittadini e le grandi cerimonie religiose. Il nome originale fu piazza Grande, ma negli anni seguenti il 1860 divenne piazza Garibaldi a ricordo della presenza, a dire il vero mai suffragata da prove effettive, dell’Eroe dei Due Mondi a Pianella: secondo questo racconto Garibaldi era segretamente ospite dei de Felici quando, a causa della denuncia di un servo alla polizia borbonica, fu costretto a fuggire repentinamente. Il condottiero si mise in salvo ritirandosi verso il Tavo, dalle parti della Cartiera, mentre il delatore, una volta che i padroni di casa scoprirono la sua identità, fu lanciato nel pozzo del palazzo.
Il lato della piazza di fronte alla dimora dei de Felici è occupato da un altro edificio enorme che dal 1966 ospita gli uffici comunali dopo essere stato per secoli il convento dei domenicani. Fu nel lontano 1490 che l’Università (come anticamente veniva chiamato quello che oggi corrisponde al consiglio comunale) di Pianella concesse all’Ordine dei Predicatori una casa con cortile interno e cisterna insieme alla contigua chiesa di Santo Stefano, poi dedicata a San Domenico. Il convento, nel corso dei secoli, accrebbe i suoi possedimenti e si ingrandì architettonicamente fino a quando, a seguito della soppressione degli ordini religiosi da parte dei napoleonici negli anni 1810/1811, fu incamerato dallo stato. Da allora, più volte sottoposto a pesanti ristrutturazioni, ha completamente perso il suo antico aspetto e ogni traccia della presenza domenicana. La chiesa conventuale oggi si presenta con le forme del suo rifacimento settecentesco, l’interno è a navata unica con altari laterali e le volte, probabilmente crollate nel passato, sono state riedificate nel XVIII secolo. L’unico elemento originale del XV secolo sembra essere la torre campanaria tramite la quale si accede al chiostro , la cui facciata è ora coperta dagli intonaci novecenteschi, sopra la quale fu aggiunta nel ‘700 una struttura a vela con la campana.
Sul prospetto del comune troviamo il monumento ai caduti in bronzo che fu spostato qui dalla vecchia sede comunale in piazza della Vittoria. All’allegoria della Vittoria in bronzo, opera del caramanichese Nicola D’Antino, che a cavallo tra Ottocento e Novecento fu scultore di rilievo nazionale oltre che allievo e amico di Francesco Paolo Michetti e componente del suo Cenacolo francavillese, nel 1999 è stata aggiunta la statua del soldato morente opera dell’artista atriano Ireneo Janni.
Possiamo notare su tutta la piazza, e in particolar modo sulla facciata del municipio, la presenza di frasi e disegni in vernice rossa e nera: si tratta di testimonianze della storia del Novecento saggiamente conservate e valorizzate con i recenti restauri, tra le quali lo stemma sabaudo con la corona reale, falce e martello, scritte inneggianti al duce e un ritratto di Mussolini. Ma il simbolo più particolare si trova sulla facciata di palazzo de Felici rivolta sulla piazza: un grosso serpente nero sul quale è la scritta monarchia colpito da una pala che gli taglia la testa. A lato del badile solo ancora leggibili le lettere colp, probabilmente un modo popolare di celebrare con soddisfazione l’esito del referendum monarchia/repubblica del 2 giugno 1946.
Entriamo nel cortile del municipio attraverso l’arco a sesto acuto che si apre nella torre accanto alla facciata della chiesa. Oggi il grande convento dei domenicani è occupato dalla sede comunale e il suo chiostro è diventato un ampio spazio lastricato sul quale si svolgono anche manifestazioni e spettacoli. La statua al centro ha una storia molto particolare, dato che è l’ultimo vestigio di una villa, che i testimoni raccontano essere stata bellissima, fatta costruire dal conte Carlo della Tolfa quando divenne feudatario di Pianella nel 1503. La villa, fortificata con mura e torri, aveva al suo interno un giardino di piante rare ed esotiche adornato da fontane e statue. Acquistata dai de Felici nel 1836 resistette fino al 1963, quando a causa di incuria e ignoranza fu demolita per costruire al suo posto l’edificio scolastico sfruttandone le solide fondamenta. Solo qualche rara fotografia testimonia la bellezza perduta della villa dei della Tolfa, della quale resta unicamente la statua della Venere al bagno al centro dello spazio interno del comune, giunta qui solitaria e parzialmente danneggiata dopo aver assistito a chissà quali passati fasti.
Consigliamo di entrare all’interno del municipio e di salire al primo piano, dove sono esposti i reperti di epoca preistorica e romana sporadicamente rinvenuti nelle campagne della zona e una riproduzione di quello che è in assoluto il capolavoro artistico più prezioso di Pianella: un polittico del primo Rinascimento di scuola veneto-marchigiana con influenze umbre e fiorentine raffigurante la Madonna, angeli e santi, proveniente dalla chiesa di San Leonardo e ora esposto nel Museo Nazionale d’Abruzzo all’Aquila.
Usciamo ora dall’antico chiostro domenicano attraverso il passaggio aperto nella parte posteriore della struttura, arrivando su piazza Luigi Marchetti. Fino agli anni Venti del ‘900 questo spazio era chiamato piazza delle Erbe perché luogo in cui si svolgeva il mercato della verdura, ma circa un secolo fa si decise di intitolarlo al personaggio che, giunto nel 1865 a Pianella dalla sua Gessopalena per diventare il maestro della banda musicale del paese, portò la compagine dei Diavoli Rossi (come erano chiamati per il colore della loro livrea), fondati appena pochi anni prima, a diventare uno dei complessi bandistici più celebri e celebrati d’Europa, la cui gloriosa memoria è ancor oggi orgoglio e vanto del paese.
Dalla piazza prendiamo la strada che scende verso destra e giriamo subito a sinistra su vico delle Grazie, a ridosso di via Trappeto Grande, che nel nome testimonia in quest’area la presenza storica di frantoi. Su questa stretta stradina si trova un altro luogo particolare di Pianella: il “Frantoio D’Annibale”. In questi antichi ambienti, nei quali l’olio è stato prodotto fino alla fine degli anni Sessanta, è possibile ricostruire tutte le fasi del progresso tecnico della produzione dell’oro giallo pianellese, dalla pressa a vite in legno con macina in pietra a trazione animale del Settecento alla vite in acciaio dell’Ottocento, fino ad arrivare al motore elettrico del Novecento. Un luogo incredibilmente suggestivo, ricco anche di tanti oggetti d’uso quotidiano che testimoniano la vita e le fatiche del duro lavoro dei frantoiani attraverso i secoli.
Usciamo dall’antico frantoio e continuiamo a seguire vico delle Grazie verso sinistra fino a raggiungere la perpendicolare via Monsignor D’Addazio sulla quale voltiamo a destra per imbatterci in Palazzo Crognale, con due portali in stile rococò del tardo Settecento, e subito accanto il Palazzo della Cultura, dalla connotazione architettonica neoclassica e liberty, che ospita la biblioteca comunale e soprattutto il “MACA – Museo dell’Artigianato Ceramico Abruzzese”, dove sono conservati più di quattrocento pezzi realizzati dal Cinquecento al Novecento provenienti da tutti i centri di produzione ceramica della regione, da Castelli a Rapino e da Torre de’ Passeri a tutti gli altri paesi d’Abruzzo in cui operarono botteghe artigiane consacrate a quest’arte (il MA.C.A. è aperto il sabato pomeriggio dalle 17.00 alle 19.00 e il martedì dalle 15.00 alle 18.00. Gli altri giorni è possibile visitarlo su prenotazione, telefonando al 333.351.72.89 o scrivendo una mail a troianodiego@gmail.com).
Usciti dal Palazzo della Cultura riprendiamo via Monsignor D’Addazio verso destra, fino a costeggiare il lato di Sant’Antonio Abate sul quale sono visibili le strutture e le iscrizioni quattrocentesche e a trovare una composizione di mattonelle in maiolica che ritrae il vescovo pianellese Vincenzo D’Addazio, prematuramente scomparso nel 2005. Ancora pochi passi e usciamo dinanzi alla chiesa parrocchiale, poco lontano da Porta Santa Maria, attraverso la quale siamo passati all’inizio del nostro percorso alla scoperta del cuore di Pianella.
Ora possiamo attraversarla nuovamente portandoci fuori dal centro storico, arricchiti dalla bellezza e dalla storia che abbiamo scoperto tra le sue antiche rue.




























