Tra laghi e natura
“Le Vie dei Laghi” è il nome del secondo percorso turistico che ci consente di scoprire natura e paesaggio del territorio pianellese. Lungo circa 18 chilometri, anche questo itinerario è ad anello, si sviluppa su strade asfaltate e può essere percorso a piedi, in bicicletta oppure in automobile. Prende nome dal fatto che costeggia alcuni dei numerosi laghi collinari del territorio, habitat per numerose specie di avifauna acquatica, sia stanziali che migratorie. Questi bacini furono realizzati a partire dal 1961, nell’ambito del cosiddetto “Piano Verde” che prevedeva un’importante serie di interventi statali per lo sviluppo dell’agricoltura. Nella sola provincia di Pescara furono realizzati 150 invasi, che avevano lo scopo di assicurare tutto l’anno scorte idriche sufficienti per l’irrigazione dei campi.
Si inizia ancora sotto il grande cedro accanto al convento del Carmine, sotto piazza dei Vestini. Oltrepassiamo via Borgo Carmine e scendiamo su via Modena, che ci porta alla base della ripida collina sulla quale sorge il centro storico. Superata la zona artigianale entriamo subito in aperta campagna, tra uliveti e campi coltivati a cereali, e quando poi la strada torna a salire tra due filari di giovani querce, proprio presso un’ampia curva a sinistra troviamo in basso sulla destra il primo dei nostri bacini, il Lago di Sgarrone, soprannome del proprietario dei terreni circostanti. Le cime degli alberi intorno alle sue rive sono popolate da cardellini e ghiandaie, mentre nelle sue acque vivono carpe e pesci gatto.
Dopo aver esplorato le rive del lago continuiamo su via Modena fino a girare a destra su via San Giuliano, una panoramica strada che percorre il crinale di un lungo sistema collinare sull’asse est-ovest, dal quale si ammirano a sud il massiccio della Maiella e il Morrone in tutta la loro grandiosità e a nord Pianella con le sue cupole e i suoi campanili, mentre dinanzi a noi si erge poderoso il massiccio del Gran Sasso. Arriviamo a una grande rotatoria che incrocia la Strada Statale Piceno-Aprutina, nata come via consolare romana che collegava le città di Asculum e Teate (oggi Ascoli Piceno e Chieti) e proseguiamo su via Monte Prena costeggiando lo stadio di Pianella e l’eliporto, mentre vediamo sulle colline davanti il paese di Nocciano con il suo castello medievale e, più in alto, Pietranico.
Al termine di questa strada voltiamo a destra per immetterci su via Marisa Bellisario che, superata la zona industriale del paese, piccola ma con aziende importanti, procede in leggera discesa verso il fiume Nora, affluente del Pescara. Qui siamo avvolti da un paesaggio che in primavera si colora di un verde intensissimo, accompagnati all’orizzonte dalla barriera montuosa dell’Appennino Abruzzese. Facciamo una curva a destra in leggera discesa e poi ne facciamo un’altra verso sinistra puntando il Monte Picca, l’ultima solitaria cima del massiccio del Gran Sasso, che prende il nome dalla sua somiglianza con la punta di una lancia. Ai suoi lati i due valichi che mettevano in comunicazione l’Abruzzo delle montagne con quello delle colline, per duemila anni usati anche dai pastori per la transumanza delle greggi dai pascoli alti dell’Appennino al Tavoliere pugliese: Rocca Tagliata a meridione e Forca di Penne a settentrione. Poco a sud del Monte Camicia, che da questa prospettiva appare come la vetta più alta del Gran Sasso, si distingue bene il Monte Bertona, un rilievo dal profilo tagliente posto in posizione avanzata rispetto al massiccio principale, tanto da essere il monte più orientale, quindi più proteso verso l’Adriatico, di tutto l’Appennino.
Continuiamo la discesa fino a vedere sulla destra un altro dei laghi collinari pianellesi, sulle cui rive arriviamo subito dopo aver svoltato a destra su via Nora all’incrocio seguente. Sul lato destro della strada troviamo un piccolo spiazzo erboso, dal quale il bacino è distante solo pochi metri. Quest’invaso, che fu uno dei primi a essere realizzati, proprio all’inizio degli anni Sessanta, si chiama Lago della Marchesa dalla marchesa Erminia Sabucchi, che aveva portato con sé in dote questi terreni di famiglia quando era andata in sposa al marchese Luigi de Felici.
Il Lago della Marchesa è il più grande di Pianella, con una superficie di circa un ettaro, e in primavera è frequente incontrare aironi cinerini sulle sue rive e nei dintorni, mentre la campagna circostante si veste di nuovi colori a ogni stagione: da quelli sgargianti primaverili alle calde tonalità di profondo marrone dell’autunno, mettendo in scena spettacoli diversi ma sempre meravigliosi. A poca distanza sulla destra scorrono le basse acque del fiume Nora, un tempo utilizzate per mettervi a bagno il lino e la canapa appena mietuti, affinché si ammorbidissero prima di poter iniziare il lungo processo di lavorazione che avrebbe trasformato le fibre vegetali in fili per la tessitura. Proseguiamo su via Nora superando un altro piccolo lago sulla destra e incontrando un centro ippico e un allevamento di ovini.
Pare di essere sulla scena di un quadro bucolico del Michetti, tanto è splendida questa campagna: leggermente ondulata e coperta da uliveti adagiati su un tappeto verde, con il Gran Sasso sullo sfondo. In basso sulla destra vediamo i due Laghi di Don Lucio, che prendono il nome da Lucio Curato, ricco possidente foggiano, che sposò la marchesina Delfina Antonia de Felici, proprietaria di vaste campagne qui in contrada Nora, della quale vediamo sulla sinistra, un po’ discosta dalla strada principale, la grande ed elegante ottocentesca dimora di campagna.
Lasciamo via Nora e scendiamo a destra su via Malpensa, per arrivare sulle rive dei due invasi, mentre sulla sinistra vediamo un piccolo pezzo residuale di selva incolta, che ci mostra come doveva presentarsi tutto questo territorio ai tempi del Medio Evo. Iniziamo poi la risalita dall’altra parte, incontrando sulla strada alcuni bei fichi d’india, e giunti in cima alla collina giriamo a sinistra per entrare nella corte di un complesso di costruzioni al centro del quale, di fronte al silos, c’è un bell’esempio di fabbricato rurale del primo Novecento, quando le case avevano le stalle e i fondaci al piano terra e la parte abitativa al primo piano, solitamente composta da tre camere e una cucina, tutte stanze molto grandi. Le campagne di questa zona erano tutte dei marchesi Sabucchi o de Felici, che le dividevano in grandi poderi, mai inferiori ai venti ettari di terreno, e la affidavano a mezzadri i quali poi, a partire dalla metà del Novecento, finirono con il ricomprarle diventandone proprietari.
Sulla facciata di questa casa in particolare notiamo diversi dettagli interessanti che ci raccontano alcune cose sulla vita contadina alla metà del secolo scorso, a partire dall’antica serratura in legno del portone, che ovviamente non aveva alcuna funzione di deterrenza contro i malintenzionati, ma era dotata di un profondo valore simbolico che allora era sufficiente per determinare un confine invalicabile tra lo spazio pubblico della strada e i beni privati custoditi all’interno. La rimessa a destra ha ancora il tetto fatto con le grandi travi in legno ed è in parte chiusa con una canonizzata, un tempo molto comune ma ora difficilissima da trovare intatta e impiegata nella sua funzione originale come questa. Inchiodato al muro c’è un vecchio ferro di cavallo, che serviva a tenere lontane le streghe, malvagie creature che nelle buie notti di un tempo percorrevano queste contrade: se queste avessero voluto entrare nella casa, prima avrebbero dovuto camminare per tanti passi quanti ne aveva fatti il cavallo cui era appartenuto il ferro.
Proseguiamo su via Malpensa scendendo dalla collina e arrivati in fondo troviamo a sinistra una serie di querce che ci fanno ombra e a destra un vecchio pozzo, di quelli che venivano usati per fare l’orto. Lo riconosciamo perché questi erano profondi circa quattro metri ed erano più larghi di quelli che venivano utilizzati per bere, con l’acqua che a partire dagli anni Trenta veniva estratta con una pompa a motore sistemata dalla parte dove il muro attorno è più basso. L’acqua potabile veniva invece ottenuta da pozzi profondi almeno venti metri e molto stretti (circa un metro di diametro) per evitare contaminazioni. Tutti i pozzi venivano realizzati dietro le indicazioni dei rabdomanti, ausilio necessario e infallibile per localizzare le falde acquifere.
Superiamo l’incrocio con via Savona, ammiriamo un altro piccolo laghetto immerso nella vegetazione sulla destra e iniziamo la nuova salita. Giunti presso un cancello in ferro battuto, che segna sulla destra l’ingresso a una proprietà, facciamo la curva a sinistra e continuiamo a seguire la strada, che presto prende quota più rapidamente. Giunti presso una svolta a sinistra proprio nel mezzo dell’ascesa, ci fermiamo a guardare il panorama con la Maiella e il Morrone dietro di noi. Questa è una zona dove è facile incontrare gli aironi guardabuoi, chiamati così perché un tempo seguivano i buoi quando aravano il terreno, cercando vermi e insetti tra le zolle smosse di fresco per cibarsene. Oggi questi uccelli non seguono più i bovini ma i trattori, dato che sono i mezzi meccanici a fare il lavoro dell’aratura.
Continuiamo a seguire la strada fino all’incrocio tra via Malpensa e via San Silvestro, dove si trova un’elegante dimora in mattoni di fine Ottocento, con deliziose lesene che spartiscono gli spazi occupati dalle finestre al primo piano. Giriamo a sinistra e poi subito a destra su via Vicenne che, dopo un tratto in mezzo a ulivi e belle case rurali, si collega a via Piana. Qui giriamo a sinistra e prendiamo a scendere a zig zag tra splendide querce monumentali, con il panorama che scopre il Monte Bertona, il Voltigno e il paese di Villa Celiera.
Superiamo un ponticello su fosso il Rio e prendiamo a salire sull’altro versante. Qui sulla destra incontriamo molto presto una bella sterrata di campagna in mezzo alle querce che si ricongiunge più avanti con il nostro percorso: si tratta di un’alternativa molto bella, che consigliamo vivamente a chi sta facendo quest’escursione a piedi o in bicicletta. Sulla destra di un’ampia curva a sinistra vediamo un casone, come erano chiamate queste grandi abitazioni dove vivevano i contadini, ammodernato nelle forme ma originale nella struttura. Superiamo l’incrocio con via Collecinciero e dopo una curva a destra ci portiamo sulla cresta della collina, da dove possiamo ammirare a sinistra la Valle del Tavo e Loreto Aprutino e a destra la Maiella e Chieti.
Superiamo un gruppo di case e dopo una curva a destra, segnata da una bella casa in mattoni dall’architettura tradizionale, incontriamo via Ancona, da dove il percorso di quest’itinerario coincide con quello descritto nelle Vie dell’Olio.
Nella campagna proprio dietro di noi si apre una sterrata, che è la conclusione della variante che abbiamo segnalato qualche chilometro dietro.









