Santa Maria Maggiore

Gioiello romanico nel cuore di Pianella

La Chiesa

Appena fuori dal centro storico di Pianella, su un piccolo rilievo a nord-ovest, sorge uno dei più importanti tesori romanici d’Abruzzo: la chiesa di Santa Maria Maggiore (o Santa Maria la Grande), che prese le sue forme definitive nell’XI secolo ma è di fondazione molto anteriore.

Pare infatti che in antichi documenti un tempo conservati nell’archivio farnesiano (ora non più disponibili) si affermasse che su questo poggio sorgesse un tempio dedicato a Vesta, il nume tutelare dei vestini, le genti che un tempo occupavano queste terre, sulla struttura del quale nel 331/340 venne innalzata una prima chiesa consacrata all’Assunta, in seguito intitolata, con l’arrivo dei Longobardi, a San Michele, l’arcangelo guerriero divino protettore di quella popolazione. L’antico monumento fu sostituito dalla nuova fabbrica di Santa Maria Maggiore extra moenia (cioè fuori dalle mura cittadine) all’incirca nel 965.

La Storia

La creazione di Santa Maria Maggiore ha motivazioni politiche: alla fine del X secolo Pandolfo, principe di Capua e Benevento, sotto il cui governo ricadeva il territorio di Pianella, ricopriva un ruolo di primissimo piano nella lotta del meridione contro le mire espansionistiche del papato. Un modo per arginare il potere di Roma, che si diramava ovunque tramite i suoi vescovi, era sottrarle il controllo spirituale dei territori tramite la costituzione di abbazie private, cioè sorte per volontà dei nobili e non delle istituzioni ecclesiastiche. Questi sponsor politici donavano poi ai centri religiosi da loro fondati terreni e possedimenti, rendendoli di fatto indipendenti dal potere vescovile. Tali abbazie erano dette nullius diocesos, cioè di nessuna diocesi, e Pandolfo rese Santa Maria Maggiore proprio una di queste (nel territorio pescarese ve n’erano diverse: la scomparsa San Pietro di Cugnoli e le tuttora esistenti Santa Maria delle Grazie di Civitaquana e Santa Maria del Lago a Moscufo, con le quali la chiesa pianellese ha stretti legami stilistici, stessi elementi strutturali, stessa pianta, le medesime decorazioni e uguali coronamenti ad arcatelle pensili). Il presidio spirituale pianellese era molto sui generis, perché non era governato da monaci ma da un sacerdote secolare, che però assumeva a tutti gli effetti la carica di abate, coadiuvato da un collegio di canonici.

Nel 1080 iniziarono poi grandi lavori di rinnovamento, che fecero raggiungere all’edificio il massimo sviluppo architettonico, e nei secoli seguenti i privilegi nullius diocesos furono sempre confermati anche da editti papali. Nel 1288 papa Nicolò V addirittura concesse ai suoi abati prerogative vescovili anche sui territori di Rosciano, Cepagatti, Villanova e Vallemare.

I canonici vissero qui fino al 1414, quando l’Abate Adamo di Campli decise di trasferirsi in paese, nella chiesa di Sant’Antonio (dove sul lato esterno destro rimane una scritta in caratteri gotici recante il suo nome), con tutto il collegio.

Durante la terribile epidemia di peste nera, che nel 1656 flagellò il regno di Napoli provocando circa 600.000 vittime, la chiesa fu poi usata come lazzaretto.

La Struttura

Edificata interamente in mattoni d’argilla, materiale da costruzione caratteristico di questi luoghi, la chiesa è lunga 27 metri e larga 13. Lo schema architettonico, realizzato nel 1080, è quello del primo romanico abruzzese, senza transetto con impianto basilicale diviso in tre navate che terminano con altrettante absidi. La facciata rivela i segni degli ampliamenti che hanno interessato la chiesa nel corso dei secoli: le originali linee spioventi delle arcatelle laterali, più basse e più strette della parte centrale, furono alzate con i lavori del 1180, quando venne aggiunto anche il campanile. In cima a quest’ultimo si trova ancora la campana del 1603, sulla quale è scritto in rilievo uno scongiuro contro le tempeste e i nemici del paese, mentre all’interno c’è una scala a chiocciola realizzata con mattoni a file sovrapposte l’una sull’altra che sporgono in fuori per metà della lunghezza, andando a incastrarsi nelle pareti della canna circolare della struttura: una soluzione architettonica elegante ed efficientissima, che resiste da otto secoli senza nessun cedimento.

Sul lato destro della chiesa rimangono i segni dell’innesto con la scomparsa parte claustrale, mentre sulla parte sinistra si nota come nei secoli seguenti sia stato aggiunto un altro corpo edilizio, probabilmente una grande cappella in seguito eliminata, presumibilmente per motivi di staticità, e sostituita da altri varchi poi murati anch’essi. Testimone dell’indebolimento strutturale conseguente alle aperture nel muro perimetrale è il pilastro ottagonale realizzato all’interno per rinforzare la struttura, in corrispondenza delle tamponature, ottenuto inglobando la colonna preesistente.

Il Portale

Portale, rosone e pulpito risalgono anch’essi al 1180 e sono lavori del Magister Acutus, evidentemente molto influenzato dallo stile casauriense, probabilmente perché aveva lavorato direttamente nel cantiere di San Clemente assorbendone profondamente tecniche e stilemi.

Splendido il portale, nei cui piedritti a sinistra sono intagliati motivi intrecciati di foglie a palmetta e a destra rosoncini e caulicoli a volute con bellissime figure animali, mentre i capitelli presentano foglie ricurve in avanti di pregevole scultura. Nell’architrave è raffigurata Maria tra i due Santi Giovanni, il Battista e l’Evangelista, con alla loro sinistra Pietro e Paolo e a destra una figura non ancora identificata seguita da San Nicola e re Davide. Gli archi a sesto acuto che incorniciano l’affresco quattrocentesco della lunetta sono realizzati probabilmente con materiale di spoglio, forse proveniente dal quel tempio di Vesta cui fa riferimento il semi-leggendario racconto della fondazione della chiesa. Nella lunetta si scorge ancora un affresco della Madonna del Latte con angeli oranti ai lati, realizzato nel XV secolo. Il soprastante rosone è molto grande rispetto alla chiesa e arriva fin sotto lo spiovente del tetto. Esso è composto da cornici concentriche decorate a rilievo con all’interno otto colonnine disposte a raggiera che convergono verso il centro e formano una bella ruota con le arcatelle al centro elegantemente scolpite a trilobi acuti.

L’Ambone

Anche l’ambone all’interno è degno di nota, con le sue figure scolpite dal maestro Acuto ad altissimo rilievo e in modo vigoroso e i simboli degli evangelisti sospesi all’interno dei plutei. La sua posizione è estremamente defilata, collocato com’è nella parete laterale della navata di sinistra, verso l’abside. Sia i capitelli delle due colonnine sulle quali poggia la struttura che l’architrave, decorato da una parte con un delicato motivo ornamentale di foglie e palmette disposte simmetricamente e dall’altra da due draghi affrontati dalle cui bocche escono sinuosi motivi vegetali, sono perfettamente mutuati da San Clemente a Casauria e danno proprio l’idea di essere stati realizzati dalla medesima mano.

L’architrave è sovrastato da due ampi riquadri rettangolari, racchiusi da una cornice decorata con motivi così fitti e delicati da sembrare più un merletto che una scultura in pietra. La struttura si compone di sole due facce decorate: la terza serviva da ingresso e la quarta è il muro su cui essa poggia.

I simboli alati degli evangelisti (uomo, leone, toro e aquila) sono rappresentati secondo l’iconografia tipica del periodo e ciascuno di essi reca con sé una tavoletta sulla quale è scolpito un versetto di Seulio, poeta latino cristiano del V secolo: Hoc Matthaeus agens, hominem generaliter implet / Marcus ut alta fremit vox per deserta leonis / Iura sacerdotii Lucas tenet ore juvenci / More volans aquilae verbo petit astra Johanes (L’esempio di Matteo spesso appaga l’uomo / Marco ruggisce come la voce del leone alta nel deserto / Nella bocca del toro Luca pone le leggi del sacerdozio / Volando come un’aquila Giovanni giunge alle stelle tramite la parola).

I nomi dell’artista e dell’abate che commissionò l’opera sono scolpiti sull’architrave e sul leggio: Hoc opus insigne fecit componere digne / Abbas ecclesie Robertus honore Marie / Magister Acutus fecit hoc opus (Quest’opera insigne fece degnamente realizzare / Roberto abate di questa chiesa in onore di Maria / Il Maestro Acuto fece quest’opera).

Le Proporzioni delle Opere Scultoree

Come abbiamo già rilevato anche noi, pure gli studiosi hanno notato uno squilibrio nel rapporto tra la chiesa e le decorazioni scultoree del maestro Acuto (portale, rosone e pulpito): effettivamente queste sembrano essere sproporzionate in grandezza rispetto alla struttura per la quale sono state eseguite.

Questo è però comprensibile se abbiamo presente il modo in cui venivano realizzati questi lavori: spesso i committenti si recavano nella bottega dell’artista e ordinavano le opere dando una descrizione non sempre precisa del monumento in cui esse sarebbero poi state inserite e solo in rari casi seguiva poi un sopralluogo diretto.

In questo caso Acuto e la sua bottega potrebbero aver lavorato immaginando una chiesa più grande e solo alla fine, una volta giunti sul posto per il montaggio delle strutture scolpite, avrebbero scoperto che Santa Maria la Grande non era poi così grande come avevano immaginato. Così il rosone sarebbe partito subito sopra la cornice marcapiano terminando appena sotto il tetto e il pulpito poteva essere sorretto solo da un robusto muro perimetrale invece che, com’era consuetudine, venire addossato a un pilastro della navata centrale in modo tutti potessero vederlo.

Gli Affreschi

Contemporaneo alle opere scultoree è l’affresco del Giudizio Universale dipinto nel catino absidale, con il Cristo Giudice che esce fuori da un disco di luce sorretto da due angeli in volo. In basso, a sinistra (lato sul quale secondo Matteo stanno le anime condannate all’inferno) del Salvatore è ancora leggibile la scritta in caratteri gotici Ite maledicti in ignem aeternum dicit Dominus (“Andate via, maledetti, nel fuoco eterno” dice il Signore), alla quale doveva corrisponderne un’altra più incoraggiante sulla destra (dove stanno le anime che vanno in paradiso). Completa la rappresentazione il collegio giudicante, composto dagli apostoli.

Tra le altre diverse pitture, che vanno dal XIV al XVI secolo e si trovano nelle absidi laterali e in diversi altri punti dell’edificio sacro, segnaliamo nella calotta absidale di destra affreschi votivi di pittori della scuola del Correggio realizzati nel periodo in cui fu abate un parmense, che commissionò il lavoro ad artisti della sua terra. Molto bella e interessante anche un’Annunciazione affrescata su un pilastro quadrato a sinistra, che rivela un’artista dotato di ottima capacità nel rappresentare lo spazio tridimensionale. 

La Leggenda del Tesoro

Una chiesa così antica e dalle origini leggendarie non può mancare di custodire anche un favoloso tesoro: si tratta di quello che vi avrebbe nascosto, per non farlo cadere nelle mani dell’odiato sovrano una volta che questi l’avesse definitivamente sconfitto, il conte longobardo Trasmondo nell’VIII secolo, quando si rese conto che il suo tentativo di rivolta contro re Liutprando era fallito.

Nel 1158 il tesoro fu cercato anche dal re normanno Guglielmo il Malo, che per trovarlo mandò qui 600 militi, senza però ottenere alcun risultato. Una tradizione che ancora circola tra gli anziani del paese vuole che quella ricchezza si trovi in fantomatici e labirintici sotterranei, dall’accesso difficilissimo da trovare, custodita addirittura dal diavolo in persona e si dice che in passato ogni tanto qualcuno raccontasse di aver scoperto la via d’entrata e di essere in procinto intraprendere la spedizione, per essere poi ritrovato diversi giorni dopo, completamente impazzito, a chilometri e chilometri di distanza dal paese.